14/02/16

[RACCONTI BREVI] GIULIO CORTELLESI

Questa immagine mi inquieta...
Quello che stai per andare a leggere ora è il secondo racconto breve che scrissi anni fa in un mio precedente blog.

Leggerlo a distanza di anni mi fa ricordare quanta fatica mi era costato scrivere quelle 2000 parole più e come il tempo nel farlo era volato via. Non mi ero reso conto che avevo impiegato più di 5 ore per scriverlo di quanto ero preso nel farlo.

Mi auguro davvero tanto che ti piaccia questo nuovo mini ebook che adesso leggerai.

Buona lettura!



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GIULIO CORTELLESI


Il testimone fuggiva via mentre l´assassino gli dava la caccia.
Credeva di essere in salvo ormai da quell'uomo, così freddo e spietato, uccisore di decine e decine di vite innocenti, colpevoli di essersi imbattuti in lui.
Anche il testimone aveva incrociato la sua vita con quella dell'assassino, uscendone vivo, illeso per pura fortuna. E ora anche lui sentiva di fare la stessa fine degli altri.

L´aveva visto mentre stava uccidendo una donna in un parcheggio.
Era lì per caso. Doveva solo comprare il regalo di compleanno per sua figlia, tornare a casa e festeggiare.
Invece vide con i suoi occhi l'assassino uccidere una donna.
Anche l'assassino vide lui, così normale e comune, un padre con in braccio una bambola per chissà quale bambina. Quell'incrocio di sguardi sembrò durare una vita. Un silenzio rotto dal forte battere del cuore di entrambi.
Meglio ucciderlo, pensò in quel lungo istante l'uccisore, prima che scoprano il mio vizietto.
La mano stringeva il taglierino, sporco dal sangue della vittima. Quando provò ad avvicinarsi l'altro fuggì via lanciando il regalo contro di lui. Lo rincorse come fa un predatore con la sua preda. Lo agguantò con tutta la forza in corpo, ma la nuova vittima era dura da prendere, reagì lottando contro di lui e  riuscì soltanto a fargli un taglio sul viso prima che succedesse l'imprevedibile.
Non c'erano solo preda e predatore in quel parcheggio che prima era così deserto. Due poliziotti fuori servizio accorsero da lontano.
Inutile raccontare quello che ne seguì. L'assassino era stato preso, sistemato a suon di pugni e calci, consegnato ai colleghi e pronto per essere impacchettato prima di un processo.
I giornali e la tv ne parlarono per giorni. Lo avevano chiamato "l'assassino taglierino" per schernirlo.
Col passare dei giorni la magistratura trovò corrispondenze con altri omicidi fatti in tutta Italia. Quella donna nel parcheggio era la numero trentatré. C´era addirittura un prete tra coloro a cui aveva tolto la vita.
Ogni volta che veniva interrogato dalla polizia lui rideva, rideva sempre.
Anche quando era col suo avvocato rideva, e pure quando lesserò la condanna in primo grado rideva. Rise pure quando in appello fu dichiarato infermo di mente. In cassazione poi rideva ancora più forte.
Quando fu finalmente libero smise di ridere.

La figlia del testimone aveva iniziato l'università.
Lui dopo aver visto morire quella donna non rise mai più. Non rise nemmeno quando i giornalisti cercavano una dichiarazione da lui dopo che il suo predatore era stato lasciato libero.
La notte non dormiva più. Gli sembrava di vederlo ovunque, di sentirlo dietro di lui, sempre.
La moglie era molto preoccupata, non sapeva più che fare. Lui però aveva trovato invece cosa fare. Andò in pensione anticipata. La miglior cosa fare pensò quel giorno. Sparire e non farsi più trovare. Tanto la figlia studiava all'estero e sua moglie voleva tanto tornare al suo paesino in montagna dov'era nata, meglio farla contenta allora.

Era un giorno di ottobre. Si svegliò presto, alle 5:00. Doveva incontrare l'agente immobiliare al paese di sua moglie per decidere l'acquisto di una piccola villetta.
Quando in bagno iniziò a farsi la barba sorrise. Sì, pensò, meglio lasciarsi tutto alle spalle.
− Vedo che finalmente hai sorriso − gli disse la moglie sorridendo lieve. Lui in tutta risposta gli sorrise di rimando − non posso accompagnarti oggi − continuò lei − a scuola hanno bisogno di me.
− Va bene. Mi aiuterà tua sorella in paese allora.
Bevve un caffè per poi infilarsi la giacca pesante − torno presto − gli disse dandogli un bacio sulla guancia.
Presa la vecchia panda iniziò il suo viaggio in quella fredda giornata di novembre.
C'era circa un'ora e mezza di strada da fare in macchina per arrivare lì e non si accorse di una macchina nera che lo inseguiva da quando era uscito dalla città.
Degli occhi spietati lo fissavano.
Dopo un'ora di viaggio era quasi a destinazione. Mancava poco, solo qualche chilometro fatto di curve costeggiate da alberi che perdevano le foglie e il cielo si faceva grigio con il vento che iniziava a soffiare forte.
Andava tranquillo, senza alcun pensiero. Mai avrebbe immaginato che da lì a poco avrebbe iniziato di nuovo a correre per la sua vita.

La macchina nera lo raggiunse e spinse la vecchia panda da dietro.
− Hei ma che fai imbecille! − Quando dallo specchietto retrovisore vide chi era gli si raggelò il sangue. Era lui, l'assassino, sorrideva in modo diabolico seduto nella sua auto. Lo salutava, come se fosse un vecchio amico.
Il cuore del testimone iniziò a battere più forte.
La paura mista all’adrenalina lo pervase del tutto. Accelerò mentre colui che gli aveva segnato la vita lo inseguiva.
L'uccisore ci aveva preso gusto. Per lui era solo un gioco spietato. Un gioco che sentiva di vincere. Sapeva che sarebbe bastato poco per far sbandare quella piccola auto e voleva impaurirlo per bene prima di cambiare quel suo divertimento con un’altro.
Fiancheggiò la macchina e la colpì di fianco per farla sbandare. Deciso a dare l'ultimo colpo girò del tutto e con violenza il volante a sinistra.
L'urto fu forte. La panda invece di schiantarsi sul guardrail imboccò una strada sterrata per pura fortuna.
Il mite uomo era nel panico dentro quella fragile auto. Non rallentava su quel terreno così scosceso. Accelerava e basta.
La boscaglia si faceva più fitta e la strada sembrava sparire.
All'improvviso un forte tonfo venne da sotto. L'auto si fermo, si spense.
− Andiamo parti! Parti! − Provava ad accenderla girando la vecchia chiave, invano. Il motore non dava segni di vita − andiamo!
L'auto dell'assassino correva veloce nella sua corsa folle.
Il testimone preso dal panico uscì di corsa e imboccò un piccolo sentiero che scendeva ancora più giù.
Quando sentì il rumore di un forte schianto si fermò. Dove c'erano le due auto si vedeva del fumo salire. Dal basso da dove si trovava stava sperando nella morte di quel pazzo. Quando sentì il rumore di uno sportello sbattere iniziò di nuovo la sua corsa seguendo quel sentiero sconosciuto.
L'omicida, preso da una smania di uccidere sconsiderata, si lanciò come una bestia all'inseguimento di quella preda. Era da tanti anni ormai che non ammazzava qualcuno. Desiderava con tutto sé stesso riprendere di nuovo proprio con lui che lo aveva visto mentre era preso nel suo divertimento.
Non vedeva nient'altro che lui mentre correva in mezzo a quegli alberi con il respiro pesante come quello di un animale feroce. Inciampò cadendo a terra sulla terra umida e, come se niente fosse, si rialzò sporco di terra correndo verso il suo oggetto dei desideri.

Il mite uomo non ce la faceva quasi più. Stava iniziando ad avere dolore al fianco per lo sforzo. Si stava fermando, rassegnato al suo destino e rassegnato quando oltre agli alberi davanti a lui vide delle figure nere. Erano delle persone! Sono salvo pensò. Con tutta la stanchezza in corpo e il fiatone andò diretto verso di loro.
Dopo gli alberi c'era una vecchia strada asfaltata. Questa portava ad un ponte, oltre il quale c'era una vecchia chiesa. Mentre le campane iniziavano a suonare si era alzato un vento freddo e le nuvole iniziarono a diventare più grige, nere.
Quella gente seguiva un carro funebre diretto verso il suono delle campane. Erano tutti vestiti di nero e con i volti rivolti verso il basso. Le donne portavano dei cappelli scuri e non si riusciva a vedere il loro volto.
Il testimone provò a parlare, urlare aiuto, non ci riusciva, non aveva più voce. Non capendo il perché si mise di fianco a loro, come se stesse andando pure lui a quel funerale. Seguendo queste persone potrei salvarmi pensò.
Il corteo procedeva lento e Arrivato su quella vecchia strada l'assassino cercò la sua vittima. Sicuro di quello che stava facendo si unì pure lui in mezzo a quella gente. Controllò quanti erano lì in quel momento. Non erano molti per lui, solo trenta persone ignare di chi avevano accanto ora.
− Ti piace tanto scappare vedo − disse l'assassino a colui che voleva uccidere quando lo affiancò. Questi in tutta risposta rimase in silenzio, provando a celare la sua paura mentre il suo corpo tremava tutto − tanto lo sai che cosa ti aspetta.
Il mite uomo cercò di dire qualcosa ma non ci riuscì. Voleva affrettare il passo.
− Non puoi salvarti − il tono di voce era basso, sembrava venire da un posto dimenticato e buio − sei mio, soltanto mio. Lo sai bene. Lo sapevi che saresti morto nell'esatto istante in cui mi hai visto quel giorno.
Delle lacrime iniziarono a scendere dal volto del testimone. Non riusciva a parlare, guarda volo fisso davanti a se. Era così interminabile quel ponte verso la chiesa.
L'uccisore sorrise, estasiato dalle lacrime di quell'uomo − mi piace sai? Mi piace vedere la tua paura. La consapevolezza che non arriverai a casa oggi.
Il pianto delle donne che piangevano si fece più forte - fa male - dicevano alcune. Alcuni uomini avevano iniziato pure loro a piangere. Qualcuno si teneva il fianco, un altro il petto o lo stomaco mentre camminava.
− Lo sai vero che quando finirò con te sarò sempre libero? Lo sai no? − l'aspetto dell'assassino era ora spaventoso. Nel suo volto c'era una maschera beffarda fatta di piacere e di omicidio. Trapelava morbosità dalla sua voce − Dicevano che ne ho uccisi dieci in tutta Italia. In verità ne ho uccisi di più! Pensa che il primo era mio padre! − Scoppiò in una risata che riuscì in tempo a soffocare per non dare nell'occhio − ero giovane, avevo appena diciotto anni. Lui mi diceva che ero malvagio, che dovevo lasciare stare i miei amici e le ragazze, non dovevo fare del loro del male. E io in tutta risposta gli ho tagliato la gola! E a te chissà che farò!
− Tu non hai... − Il testimone provò a parlare, non riuscendoci. Era troppa la paura. In quel momento pensava a sua moglie, alla sua famiglia. Strinse i pugni. Doveva fare qualcosa, anche buttare quel mostro giù dal ponte. Sì, poteva farlo, bastava solo dargli una spinta.
Si voltò, quel demonio guardava solo davanti a se mentre continuava a parlare. Sembrava che fosse innamorato della sua voce. Sì, poteva farcela, bastava solo spingerlo è tutto sarebbe finito. Stava per farlo quando una mano si poso sulla sua spalla − Potrebbe darmi una mano per sistemare i fiori per piacere? − Era un uomo alto, sembrava che avesse la sua età. Il volto era triste così come i suoi occhi.
− S-sì, certo.
− Grazie − lo prese per il braccio tirandolo piano − da questa parte.
Non si era accorto che erano arrivati alla chiesa.
L'assassino aveva sempre sul viso quel sorriso beffardo mentre alcuni uomini vestiti in nero prendevano la bara dal carro funebre.
− Eccole qua, prenda quella corona di fiori per piacere.
− S-si − visibilmente tremante e scosso, prese veloce i fiori e seguì l'alto uomo dentro la chiesa.
All'interno tutto sembra vecchio. Le panche erano fatte di un legno secco, piene di polvere. I muri erano sbiaditi insieme a delle raffigurazioni di santi. Non c'era altare né altro che potesse indicare che quella era una chiesa. Solo una croce, una grande croce nera.
− Posi quì per piacere.
Posati i fiori si sentirono le urla dell'uccisore dalla soglia di quella strana chiesa.
− Hei! Che fate! Lasciatemi! − Due uomini lo avevano preso per le braccia. Lo stavano trascinando all'interno.
− Ma cosa sta succedendo?
− Venga qui − L'alto uomo appoggiò una mano sulla spalla del testimone con un tono di voce irragionevolmente calmo − Non si preoccupi per lui. Venga.
L'assassino iniziò ad urlare e a scalpitare nel momento in cui vide la sua preda entrare con uno sconosciuto dentro la sagrestia − hei! Dove scappi! Tanto lo sai che ti prendo! − Mentre urlava si dimenava come una belva appena catturata − lasciatemi bastardi!
Chiusa la porta dietro di sé, lo sconosciuto gli indicò una uscita − prego di qua.
Non capendo bene cosa stesse succedendo lo seguì. Sembrava come se lo volesse portare lontano da lì. Lo guardò meglio quell'uomo sconosciuto e triste, notò la somiglianza con l'assassino e si spaventò.
− Non si preoccupi. Non sono lui − accennò ad un sorriso.
− Ma che cosa sta succedendo qui? − Chiese incredulo e spaesato.
− Ognuno ha il destino che si merita si dice − rispose con tono pacato e gentile − lei non si preoccupi della fine delle altre persone. Pensi più tosto di andare dall'agente immobiliare, è da un po' che l'aspetta.
− Come fa a saperlo?
L'uomo sorrise in tutta risposta mentre apriva la porta per fuori.
− Io... Io... Non capisco cosa sta succedendo!
− Come le ho già detto − Aprì la porta invitandolo ad uscire − vada, ha molto da fare stamattina.
− Si... Ho molto da fare... Stamattina... − disse il testimone incredulo uscendo. La porta dietro di lui si chiuse dopo pochi passi. Molto confuso si guardò intorno. Con grande stupore vide la sua piccola automobile a pochi metri da lui. Era intatta, come se non gli fosse mai successo nulla e con le chiavi inserite dentro.
Si guardò un'ultima volta intorno. Il vento soffiava più forte di prima, alzando polvere mentre le nubi si facevano più nere. In lontananza si vedevano pure dei lampi. Sentendo il rumore di questi non esitò nemmeno un istante a salire e mettere in moto per andarsene via. Non voleva più saperne di tutto quello che gli era successo. Per lui era una storia con la parole fine scritta a caratteri cubitali. Nessuno mai avrebbe mai saputo quello che gli era successo. Lo avrebbero preso per pazzo.
Senza più voltarsi indietro e guardando avanti con un senso di innaturale di sollievo, andò via.

Mentre il mite uomo correva via con la sua macchina, l'assassino era dentro una bara aperta sotto la croce nera, legato e immobilizzato.
Provava e riprovava a liberarsi, dimenandosi come una bestia in trappola.
Sgranò gli occhi osservando meglio quell'uomo alto rientrare dalla sagrestia.
− Papà! Papà che ci fai qui!
L'uomo non rispose. Prese posto nella prima fila insieme ad altri. Un sacerdote, si avvicinò alla bara.
− Siamo qui oggi riuniti per dare l'estremo saluto al nostro compianto Giulio Cortellesi.
Sentendo il suo nome l'uccisore sbottò − Ma che cosa stai dicendo??? Io sono vivo! Vivo!!! Non sono morto bastardi! Papà diglielo tu che... − Giulio impallidì. Aveva paura per quello che stava vedendo. Suo padre era ricoperto di sangue, sanguinava copioso da una ferita alla gola. Anche gli altri dentro quella chiesa stavano iniziando a sanguinare, compreso il prete. Alcuni avevano il volto tumefatto mentre altri erano completamente sfregiati.
− No… Io vi conosco... Voi siete morti... Io vi ho ucciso!!! − Tentò di liberarsi ancora e ancora − io vi ho uccisi tutti!!! Tutti!!! Siete morti!!! Siete morti tutti!!!
La funzione funebre era iniziata. Il vivo era dentro la bara mentre coloro che dovevano essere deceduti commemoravano la sua futura morte. Per tutto il tempo non aveva fatto altro che urlare. Non ascoltò le parole né del sacerdote nel suo discorso né del padre quando lo ricordava ancora bambino. Era uscito completamente di senno.
Anche quando chiusero la bara e fu trasportato in spalla si muoveva come un forsennato.
Il portone dell'entrata si spalancò, mostrando il tempo fuori. Il sole era oscurato dalle nere nubi mentre il vento soffiando forte fischiava. Solo i fulmini illuminavano quella oscurità sovrannaturale.
Il corteo procedeva lento in direzione di un cimitero vicino. Le vittime di quella bestia avevano smesso di lamentarsi per il dolore. Mostravano tutti le ferite che lui aveva impresso a loro per sempre, con Il sangue che continuava a scorrere, come se non si fossero mai chiuse da allora.
Giulio continuava in tutti i modi di liberarsi. Era buio dentro quella bara di legno marcio che lo conteneva. Con la testa picchiava il coperchio cercando di aprirlo inutilmente. Urlava in preda all’isteria.
Sentì che lo stavano appoggiando a qualcosa prima. Stavano riaprendo.
Frenetico guardò attorno. Era in una stanza vecchia e spoglia con le vecchie pareti bianche. Dalla fronte usciva del sangue per le testate date. Lì dentro c'era solo suo padre che lo guardava. Aveva una faccia triste ma non dispiaciuta.
− Papà liberami!!! − Urlò con tutto il fiato che gli era rimasto. La voce era ormai rauca.
Lui non rispondeva. Era come immobile lì, con il vestito sporco di sangue e la ferita ben visibile.
Giulio iniziò a piangere disperandosi − mi dispiace... − sembrava come un bambino che voleva farsi perdonare − liberami ti prego...
Il padre si avvicinò. Lentamente chiuse di nuovo la bara mentre lo guardava fisso negli occhi.
− Noooooooo! Lasciami!!! Cambierò ti prego!!! Lasciatemi!
Urlò e urlò ancora da lì dentro. Con tutto il fiato che aveva in corpo continuò. Sentiva i rumori di quando lo avevano preso, la sensazione di scendere e poi il rumore della terra sopra di sé.
Non smise mai di gridare.
Si sentivano ancora le urla quando le vittime dell'assassino iniziarono ad andare via, lasciando solo una lapide senza nome in quel cimitero dimenticato da tutti.